Non v’è ambito della vita sociale, economica, istituzionale che non sia percorso da grandi cambiamenti. Grandi cambiamenti certo. Ma per quali fini? In nome di quale progetto?

Per questi interrogativi non esistono, oggi, risposte adeguate e convincenti. Da ciò discendono paure, incertezze, difficoltà. Il calcolo, gli interessi egoistici di gruppo, di ceto, di categoria sopravanzano le esigenze della solidarietà. Ciò concorre ad aumentare, secondo una circolarità viziosa, problemi e conflitti.

Cresce e si consolida la tentazione di risolvere la complessità delle situazioni in nome della forza, sia direttamente sia indirettamente attraverso l’accordo bloccato degli interessi predominanti. E il più forte può assumere i nomi più diversi: oligarchie finanziarie, concentrazioni massmediatiche, burocrazie sovranazionali, poteri tecnocratici, ideologie contrabbandate come verità indiscutibili. Il futuro dell’umanità si gioca su molti tavoli: economici, politici, scientifici, militari. Troppo pochi, e non sempre identificabili, sono coloro che decidono al di fuori di ogni controllo collettivo, nel mentre aumenta l’area dell’impotenza e della rassegnazione.

L’uomo d’oggi si presenta ricco di strumenti, ma povero di fini e di valori. Questa inversione tra mezzi e fini caratterizza – a ben vedere – le moderne forme di alienazione nell’ambito delle quali l’uomo perde il senso profondo di sé in rapporto agli altri uomini e al creato. Si priva cioè della possibilità di una “buona vita”. I “numeri” finiscono per prendere il posto degli uomini specie dei più deboli e quindi più bisognosi di stato sociale.

L’ esclusione è oggi un grande dramma e una grande paura. Essa è forse più grave delle tradizionali forme di sfruttamento proprie delle società industriali. Lo sfruttamento presuppone pur sempre un rapporto sociale di tipo oppositivo, intorno al quale sono sorte le diverse organizzazioni del movimento operaio e sindacale. Questo rapporto non esiste nell’area dell’esclusione. Qui troviamo soltanto degli individui, dispersi, praticamente invisibili, senza espressione propria, senza mezzi di appoggio e di lotta. Gli esclusi non possono prendere parola, non possono cooperare, non hanno parte nello scambio sociale.

È da qui che occorre ripartire. Messo con le spalle al muro, l’uomo deve ricostruire se stesso. Ma non può farlo da solo. Il sentiero è stretto ma percorribile. Non mancano segni di inquietudine e anche di speranza. Sempre più ci si interroga sulla validità e sui rischi dei modi di agire a livello di produzione, consumo, utilizzo delle risorse ambientali. Ci si interroga in ordine alla “vita buona”, a come dare significato alla propria vita. Ci si interroga in ordine alla giustizia, a come non fare male agli altri, a come vivere in modo cooperativo e rispettoso.

Ciò di cui il nostro Paese necessita disperatamente è un nuovo progetto di modernizzazione in grado di portarlo a ricomporre tecnica e senso, competitività e integrazione sociale, capitale e lavoro. C’è bisogno di fiducia. L’ uomo può essere amico dell’uomo. La fiducia si costruisce a partire dalla scala locale dando vita a reti di cooperazione, di solidarietà, di partecipazione nella ricerca di soluzioni condivise.

Ci si accorge che non si è soli e che si è responsabili verso gli altri che dipendono, per il bene e per il male, dalle nostre azioni. E la catena della responsabilità non ha confini né di spazio né di tempo. Tutto si tiene. Emergono nuovi diritti a livello sociale ed economico. Ma la loro esigibilità presuppone il riferimento a nuovi doveri verso l’ambiente e verso le generazioni future. La storia ci insegna che ogni qualvolta gli esclusi hanno ottenuto dei diritti, la libertà di tutti ne è uscita rafforzata.

Il Vangelo della carità ci è di guida nel nostro cammino nella storia e nelle sue contraddizioni. In questa prospettiva si aprono di fronte a noi quattro grandi sfide con le quali siamo chiamati a confrontarci insieme a tutti gli uomini di buona volontà. La prima sfida è quella della ricerca. Ricerca di senso per non vivere separati da se stessi. Ricerca per non vivere di formule vuote, di riti tranquillizzanti. Ricerca di sé e degli altri nella vita di tutti i giorni.

Abbiamo poi le sfide del dialogo e dell’accoglienza. Dialogo non come tolleranza comunicativa, ma come disponibilità a compromettere se stessi, a farsi coinvolgere dalle domande, dai dubbi e anche dalle ragioni e dalle verità dell’altro. Occorre riconoscere il mondo e accoglierlo. Ma accogliere è anche lasciarsi accogliere per poter essere vicino agli altri.

Infine la sfida che riepiloga le precedenti, quella del servizio. L’uomo va servito in quanto tale, senza secondi fini. Servire significa anche essere coscienza critica del proprio tempo, compagni di strada di chi gioca se stesso per un bene più grande. Se crediamo che l’uomo è l’essere aperto all’infinito, non possiamo accettarlo come essere chiuso, senza via di uscita in rapporto alla storia. Agli uomini e alle donne con noi itineranti sulle strade del mondo e dai quali – come recita la lettera a Diogneto – “non ci distinguiamo né per territorio né per lingua né per il modo di vestire. Vogliamo offrire proprio per il meraviglioso paradosso della nostra società spirituale, germi di riconciliazione, giustizia, speranza”.

Lorenzo Caselli
Professore emerito Università di Genova